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domenica 7 ottobre 2007

FALCE E FORNELLO



di Francesco Panzetti


Entro in un supermercato, e mi dirigo verso il bancone degli yogurt: un’enorme fauce aperta butta fuori il freddo per una quindicina di metri, consumando una quantità enorme di corrente per produrre calore che si disperde in buona parte nell’ambiente. Se avesse degli sportelli, consumerebbe molto meno.
Torniamo allo yogurt, prodotto, per esempio, con latte tedesco perchè le mucche italiane fanno il latte ma sono ignoranti e non conosco l’economia aziendale, mentre le colleghe tedesche già marciano verso Bruxelles inviperite, sicché bisogna proprio convincere le nostre a produrne di meno... Autobotti tedesche viaggiano verso l’Italia per darci quel latte che abbiamo già, percorrendo chilometri e bruciando benzina. Benzina… Ah, petrolio! Cadaveri preistorici. I camion viaggiano con gasolio per produrre il quale le multinazionali (anche l’ENI, anche l’AGIP) calpestano i diritti delle popolazioni povere del mondo e fomentano guerre. Teste di uomini, donne e bambini rotolano, ma noi vogliamo comunque trasportare latte tedesco per sostituirlo a quello che abbiamo già. Che meraviglia. Mi viene lo schifo dello yogurt e passo avanti. Penso: se compro ortaggi faccio una colazione più sana, leggera e non faccio torto a nessuno.
Compro dei pomidoro. Belli, vengono dalla Spagna. E i nostri? Dove vanno? Non bastano? Ma se i contadini i pomidoro li schiacciano coi trattori perché nessuno li compra? E quanti idrocarburi sono stati immessi nell’aria per far viaggiare quei pomidoro dalla Spagna all’Italia? Rotolano altre teste: penso a pozzi incendiati nel Kuwait e all’Iraq, e mi cominciano a girare di brutto. Ah, ma no… vedi che ci sono anche quelli italiani? Sono della Campania, costavano 30 centesimi al chilo dal contadino, a me 2 euro; sono arrivati in Sicilia o in Emilia e messi in una vaschetta di plastica, per poi tornare indietro da dove erano partiti (e altri soldini a Benetton e alle compagnie petrolifere). La prossima volta giuro che i pomidoro li compro dal contadino sotto casa…Ma io abito nel Napoletano: vi pare una buona idea comprare gli ortaggi o la frutta delle mie campagne, dove la camorra incendia ogni giorno cumuli di rifiuti? Dove il terreno, l’aria e l’acqua sono carichi di piombo, arsenico, cianuro, mercurio, bario e amianto? Dove la diossina nel sangue è 30 volte superiore alla soglia massima fissata dalla legge? Faccio la fame io, e faccia la fame pure il contadino.
Mi servirebbe anche un chilo di pere. Pere. Nel territorio di un solo paesino, nelle campagne molisane, una volta ce n’erano più di venti varietà. Me l’hanno detto i contadini. Oggi sul mercato resistono solo poche qualità: che ci guadagna il contadino a vendere tre cassette di pere che produce solo lui? Beh, quelle tre cassette si chiamano biodiversità. È la natura più il contadino moltiplicato per centinaia di anni e decine di innesti e di incroci. Organismi Geneticamente Modificati a tutti gli effetti, però col bollino di Madre Natura: niente microscopi, ma solo innesti per talea. Tuttavia, siccome quasi nessuno le produce più, tutte quelle varietà si perdono insieme ai vecchi che se ne vanno al Creatore. Mi sento un ladro a comprare ‘sta roba che viene da così lontano, poso la busta, getto il guanto e passo oltre.
Ci sono delle fette biscottate. Ammazzerò mica qualcuno pure con queste? Leggo gli ingredienti in cerca di indizi di atti criminosi: niente, solo farine maltate. Poi mi sorge il dubbio: ma quali farine? La questione del grano non è così semplice: i contadini coltivavano il loro grano, quello che la Natura gli forniva da millenni e poi ad un certo punto sono arrivati dei signori che hanno detto loro “comprate questi semi, sono tutt’un’altra cosa”. Ora possono coltivare solo quelli, che sono sterili e li obbligano ogni anno ad acquistarne di nuovi… Sei indiano ed i tuoi coltivano da sempre l’albero del Neem, poi un giorno arriva la multinazionale W. R. Grace e lo brevetta…tu, che ce l’hai sotto casa da un secolo, ora per coltivarlo devi pagare. Sempre in India, la Monsanto ruba i semi ai contadini e brevetta la farina ottenuta da questo grano come anche l’impasto e «biscotti o altro, prodotto dalla farina…»…Biopirateria ! Rinuncio alle fette biscottate.
Carne? Neanche a parlarne. Gonfiano i manzi e le vacche per riempire i loro muscoli d’acqua, per aumentarne il peso ed il relativo guadagno. Ma se metti una bistecca da 100 grammi in padella e te ne ritrovi 50 a bagnomaria, c’è qualcosa che non và. Non potendo reclamare presso le bestie - le quali, poverine, per essere state così gonfiate e spremute, sviluppano un sacco di malattie i cui costi ricadono su di noi -, andrò sotto casa degli allevatori con una brocca di brodaglia vaccina in mano: “ridatemi i soldi!”.
Esco dal supermercato a mani vuote e con la coda fra le gambe. Che faccio, non mangio più? Non c’è un altro modo? Beh…qualcosa forse si può fare: informarsi, coltivare la propria consapevolezza e orientare le scelte in armonia con un principio etico di responsabilità e di giustizia. E poi parlarne con gli amici, mostrare loro certe assurdità del mercato, trasformando la propria rabbia in una dialettica contagiosa.
Noi ci vogliamo provare. Voi prestateci orecchio.

giovedì 20 settembre 2007

Perché YogurtZine. Una presentazione in poche forchettate

Non è vero che il mondo va sempre peggio. O meglio è vero in parte. Ma c’è anche un’altra parte che nasce dal basso e si espande a macchia di leopardo, pian pianino e perlopiù in sordina; pensiamo a quella parte che è lontana dai numi tutelari della nostra epoca - profitto&competizione - e dalle grandi retoriche di fine millennio, e che sceglie invece la via delle pratiche sociali e dell'azione concreta quotidiana...Visitate ad esempio www.altraeconomia.it o http://unimondo.oneworld.net: sono alcune delle foglie di quell’albero che continua crescere in un’oasi etica, in un mondo economico per lo più non regolato, selvaggio.
Che cosa centra YOGURTzine con tutto questo? Noi vorremmo parlare di cibo. Di cosa c'è dentro, di cosa c'è prima e dopo, del cibo come nutrimento ma anche come elaborazione culturale e specchio dei mutamenti e della complessità delle società umane. Del cibo e dell’economia, tra processi di produzione, trasformazione e distribuzione…un’economia equa o selvaggia? Quali e quanti i danni inflitti all’uomo ed all’ambiente per mantenere (troppo) ben pasciuta una piccola parte dell’umanità? Le tematiche del cibo incrociano quelle del Diritto, dall’impoverimento dei paesi in via di sviluppo alle dinamiche migratorie alle questioni ecologiche, dalla desertificazione all’emergenza climatica alla carenza di risorse idriche, e ciò implica per tutti noi un irrinunciabile ed irrimandabile imperativo etico.
Il cibo ha, d’altra parte, un ruolo importante nel nostro immaginario: cinema, televisione, fotografia, letteratura, raccontano un certo modo, o meglio molti diversi modi di mangiare, come icona del buon vivere, del vivere con gusto e/o del viver sani…ma fino a che punto è vero lo si può scoprire solo guardando con attenzione nel piatto prelibato, o presunto tale, che ci troviamo davanti.
In fin dei conti, perciò, non è poi così pazzesco se, raccontando la storia dell’amatriciana, si finisca a parlare tanto di sapori, profumi e calorie quanto di diritti, di ambiente o di ineguaglianza sociale: il cibo non è solo una faccenda di gusto e di creatività, ma una porta verso il mondo dell’uomo, con le sue bellezze e i suoi orrori.
Non è vero che il mondo va sempre peggio. È vero solo che il male è più rumoroso; ma il buono, dalla sua, ha di essere contagioso.
Buona lettura.

La redazione di YogurtZine