lunedì 3 dicembre 2007

Brevi - 1'900 km per arrivare sulle nostre tavole. Non sarà un po' troppo?

Riporto una parte di un articolo di TigullioVino:

Al Gore nel suo libro “Una scomoda verità” ha inserito l’acquisto di cibi locali offerti direttamente dagli agricoltori nell’elenco delle cose da
fare per dare una mano a salvare la terra dal surriscaldamento globale.

“È stato stimato che un pasto medio percorre più di 1.900 km per camion, nave, e/o aereo, prima di arrivare sulla nostra tavola, quindi è molto più ragionevole comprare alimenti che non devono fare tutta quella strada perché spesso ci vogliono più calori di energia per portare il pasto al consumatore di quanto il pasto stesso provveda in termini nutrizionali”.

Un invito, questo del premio Nobel Al Gore, a impegnarsi per mangiare alimenti a “km zero”, prodotti cioè vicino casa, che Coldiretti vuole raccogliere con forza a difesa del prodotto locale, per la tutela dell’ambiente, ma anche in virtù della nuova sensibilità etica che il cittadinoconsumatore sempre più manifesta quando acquista i prodotti alimentari.

domenica 2 dicembre 2007

Il combustibile delle termiti

Com'è noto, i biocombustibili sembrano una soluzione immediata e praticabile al problema energetico su scala planetaria (soprattutto per sostituire i carburanti esistenti), ma ne creerebbero subito un altro: per essere prodotti in quantità sufficienti, si dovrebbe coltivare un'estensione talmente ampia di terreno da mettere in seria crisi l'approvvigionamento alimentare mondiale. Inoltre, tali coltivazioni sarebbero impiantate principalmente nelle aree povere del pianeta, quelle dove lo sfruttamento intensivo dell'agricoltura non ha ancora saturato il territorio.
Per questo urge trovare altre soluzioni eticamente corrette nei confronti di chi non ha un adeguato sostentamento nutrizionale. Una possibile soluzione viene da uno studio che prende ad esempio il sistema adottato dalle termiti per produrre l'energia necessaria a sopravvivere.
Riportiamo qui la notizia data dal sito Le Scienze.

Il problema più grave posto dallo sviluppo dell'attuale generazione di biocombustibili è che per ottenere una buona conversione enzimatica in etanolo della materia prima, bisogna ricorrere a risorse agricole che hanno anche una destinazione alimentare. Per ovviare a questo inconveniente, che ha già suscitato aspre polemiche, si stanno studiando processi alternativi che consentano lo sfruttamento diretto della cellulosa, ossia di una materia priva di interesse alimentare. Finora tuttavia i processi di questo tipo individuati sono alquanto complessi e difficili da trasportare su una scala industriale.

Un passo in avanti su questa strada potrebbe però venire dalle termiti. L'intestino di questi insetti - che in molte regioni del globo provocano ogni anno danni per miliardi di euro - è suddiviso in diversi compartimenti, nei quali sono ospitate specifiche comunità di microbi. Ognuna di queste colonie ha il compito di convertire i polimeri del legno, in zuccheri, che possono poi essere fermentati in combustibile.

Ora - come è riportato in un articolo pubblicato su "Nature" - un gruppo internazionale di biologi è riuscito a sequenziare e analizzare il codice genetico di questi microbi, compiendo un passo chiave verso la possibilità di riprodurre su scala industriale quanto avviene, con grande efficienza, nel microscopico bioreattore che è l'intestino della termite.

I ricercatori, in particolare, hanno analizzato circa 71 milioni di "lettere" del codice genetico dei fibrobatteri (che degradano la cellulosa) e dei treponemi (che, attraverso la fermentazione la convertono in zuccheri) estratti dall'intestino di una colonia di termiti del Costa Rica.

"In teoria - osserva Andreas Brune del Max-Planck-Institut per la microbiologia terrestre - grazie a questi batteri le termiti potrebbero convertire un foglio di carta A4 in due litri di idrogeno."

Per portare a scala industriale questo processo, ha aggiunto Eddy Rubin, direttore de Joint Genome Institute (JGI) del Dipartimento per l'energia degli Stati Uniti, "bisogna individuare il gruppo di geni che ha gli attributi funzionali chiave nella demolizione della cellulosa, e questo studio ha fatto un passo in avanti essenziale in questo cammino." (gg)

lunedì 19 novembre 2007

A proposito del latte d'asina

Il latte di asina è un prodotto antico, che l’uomo ha utilizzato da sempre. Non ci sono documenti che indicano il momento in cui l’uomo ha iniziato a mungere le asine, ma si presume che questa attività abbia avuto origine con la nascita dell’ allevamento di asini. Le più antiche testimonianze storiche atte a documentare la presenza di allevamenti asinini sono delle raffigurazioni su bassorilievi, risalenti al 2500 a.C, ritrovate in Egitto. Nello stesso territorio Come non ricordare le ambizioni di bellezza di Cleopatra e, a Roma, quelle di Poppea che, con le loro abitudini ampiamente documentate dagli storici del tempo, mettono in risalto le proprietà del latte di asina.
Plinio tra Roma e Atene diffuse ricette per preparare pozioni e unguenti a base di cipolla, piante palustri e latte di asina, considerandolo un liquido particolarmente curativ.
Bisognerà comunque attendere il Rinascimento, per una prima vera considerazione scientifica del latte di asina da parte dei saggi del tempo, quando Francesco І, in Francia, su consiglio dei suoi medici utilizzò il latte di asina per guarire da una lunga malatti a. Nel XIX° secolo, sempre in Francia, ad opera del dottor Parrot dell’ “Hôpital des Enfants Assistes” si diffuse la pratica di avvicinare i neonati direttamente al capezzolo dell’asina per essere allattati.
Attualmente si osserva in Italia un interesse per il latte di specie diverse da quelle generalmente considerate lattifere (bovina, ovicaprina). Questo è dovuto sia ad un desiderio di tutelare le biodiversità, sia ad esigenze terapeutiche.
Si verificano sempre più frequentemente, infatti, allergie o intolleranze alle componenti del latte vaccino, che richiedono l'utilizzo di latte alternativo.
Il latte di asina si presenta come un ottimo alimento funzionle, il cui interesse si amplia in numerosi settori fino anche a quello zootecnico.I suoi maggiori campi di impiego sono quello medico, alimentare e cosmetico.
In campo medico il latte di asina trova impiego per il contenimento delle forme di APLV (L'allergia alle proteine del latte vaccino) nei neonati e adulti, per la convalescenza, per la regolarizzazione della flora gastro-enterica, per la prevenzione di malattie cardiovascolari, infiammatorie e di natura autoimmune.
Nell’alimentazione dei neonati il latte di asina è una valida alternativa naturale per quelli che non possono disporre del latte materno.
Bisogna ricordare che il suo valore energetico risulta piuttosto inferiore ai valori medi richiesti da un’alimentazione equilibrata, tuttavia si possono eseguire facili integrazioni per correggere questo difetto. I vantaggi di alimentare con latte di asina un bimbo si identificano in alcuni punti quali: la quantità di lattosio e del residuo secco, prossimi a quella del latte umano. Tali che il carico renale di bambini alimentati con latte di asina è stato stimato essere simile a quello riscontrato in neonati alimentati con latte materno.

giovedì 15 novembre 2007

E' nata la Rete dei Semi Rurali (News)

Rigiro la seguente email che mi è giunta, sintomo che qualcosa si muove anche in Italia, e che è necessario sostenere uno "sviluppo" umano, localizzato, etico e salutare.

Nel giorno di San Martino che segna la fine dell'annata agraria e l'inizio della nuova a Scandicci (FI) è stata creata la “Rete Semi Rurali” i cui soci fondatori sono 8 associazioni da tempo impegnate nella salvaguardia della biodiversità e della agricoltura contadina: l’Associazione Rurale Italiana (ARI), l’Associazione per la Salvaguardia della Campagna Italiana (ASCI), Archeologia Arborea, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica, Civiltà Contadina, il Consorzio della Quarantina, il Coordinamento Toscano Produttori Biologici (CTPB) e il Centro Internazionale Crocevia. Si tratta di un momento importante per il mondo dell’associazionismo agricolo italiano, che mettendosi insieme vuole ricordare a tutti che la biodiversità agricola va conservata, valorizzata e sviluppata nelle campagne dagli agricoltori, prima di tutto, facendola una buona volta uscire dalle banche genetiche dei centri di ricerca.

La Rete si è data uno statuto per sostenere, facilitare e promuovere il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra coloro che difendono i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità, all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate.
I fondatori della Rete riconoscono che il recupero delle varietà tradizionali e contadine deve diventare un'attività produttiva, incentivando la commercializzazione e il consumo locale delle varietà più interessanti dal punto di vista alimentare, gastronomico e economico evitando di cadere nel clamore superficiale ed erosivo generato dal marketing della tipicità.
Tra i suoi obiettivi principali ci sono il sostegno al recupero, coltivazione, allevamento, conservazione, scambio, sviluppo e diffusione di varietà e razze tradizionali e contadine di interesse agricolo; la promozione dell’innovazione rurale, anche attraverso la ricerca partecipativa, e lo scambio di conoscenze e saperi tra agricoltori; la valorizzazione della cultura rurale, dell’agricoltura contadina, dei saperi popolari, delle pratiche locali, delle titolarità collettive, dei luoghi comunitari, degli usi tramandati e delle consuetudini condivise;
Per far questo è importante aver chiaro a quale modello agricolo la Rete si rivolge e a quali sono gli agricoltori di riferimento. Parlare di sementi adatte al territorio, vuol dire, infatti, parlare di agricoltura contadina e familiare, realizzata spesso in quelle zone marginali, come, ad esempio, le tante montagne e colline che compongono l’ossatura del nostro paese o economicamente marginalizzata dal modello agroindustriale. In questo humus culturale vuole lavorare la Rete, diventando un tessuto connettivo di supporto e sostegno delle diverse realtà locali e nazionali già da tempo attive.

sabato 10 novembre 2007

Se neanche il Prof. Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale e persona di grandi doti intellettive, esula dal novero di coloro che sbagliano ad inquadrare la questione degli OGM, vuol dire che molto probabilmente esiste un deficit di comunicazione e di circolazione delle reali problematiche a causa delle quali milioni di contadini lottano contro la loro diffusione nel mondo. Succede ieri, nel TG1, quando -ospite in studio- viene intervistato sul ruolo della ricerca genetica per la lotta contro il cancro e si spende a favore della ricerca sugli OGM in agricoltura. Stimolato sull'argomento, Veronesi sostiene che non c'è motivo di essere contrari agli OGM perché non c'è nessuna prova della loro nocività (ma neanche, direi, una prova contraria), e già milioni di persone ne fanno uso quotidianamente. Dopodiché fa un esempio che taglia la testa al toro: è proprio grazie ad una modifica genetica in un batterio, ottenuta impiantandovi tratti genici umani, che oggi si può produrre insulina a basso costo per i diabetici.

Infatti il punto non è questo: la ricerca genetica è importante, non deve essere mortificata se i suoi scopi sono la salute dell'uomo e l'aumento della qualità della vita, anche perché la creazione di varietà artificiali è crossing genetico a tutti gli effetti ed è vecchia come l'agricoltura. Le varietà selezionate dall'uomo si sono rivelate in alcuni casi molto efficaci, dal momento che sono riuscite ad ottimizzare le caratteristiche di resistenza al clima in aree dove la coltivazione risulta difficoltosa, oppure a migliorare la resa dei raccolti, come ha fatto –con tecniche scientifiche ma tradizionali- Nazareno Strampelli all'inizio del Novecento. In molte parti del mondo, tuttavia, questo immenso patrimonio è stato spazzato via dalle varietà industriali, ed ora che se ne ha bisogno, non si cerca di recuperare quelle tradizionali ma si investono miliardi di dollari per crearne di nuove. Una ricerca genetica mirata, di qualità, controllata dal mondo al quale si rivolge –cioè da agricoltori e consumatori- sarebbe certamente auspicabile. Di comportamenti anetici, sleali, doppiogiochistici, di ipocrisia e avidità di potere e denaro non abbiamo proprio bisogno.

Il problema che nessuno tocca, quindi –neanche il grande Veronesi-, investe la sfera del potere delle società transnazionali che producono sementi OGM, e dei diritti dei lavoratori della terra. Usurpazioni, connivenze fra società private e governi, tensioni e violenze connessi a simili conflitti, violazioni di diritti, soggezioni economiche di popolazioni povere, finanche sterminio di comunità attraverso una radicale appropriazione delle loro terre ed un'infiltrazione massiccia di equilibri economici e sociali a loro estranei che disgregano la loro cultura. Nessuno, dal tubo catodico, si affaccia nelle case degli italiani per dire loro che, mentre il rischio patogenetico connesso agli OGM è solo un'eventualità per il futuro, gli enormi squilibri socio-economici portati dalle compagnie dell'agrobusiness sono un problema immediato e dilagante. Non ha senso spendere miliardi di dollari per una ricerca che riduce in schiavitù od annienta culture millenarie, soprattutto se queste ultime possiedono già una conoscenza sconfinata, sono custodi di una biodiversità che per l'uomo è solo un vantaggio e sono gli attori di un'agricoltura delicata, legata al territorio, naturale, intrinsecamente etica perché insegue i bisogni dell'uomo, non dei bilanci societarii.

Se al prof. Veronesi sta davvero a cuore la vita degli esseri umani, deve avere la consapevolezza che gli OGM non sono vita, e non lo saranno fin quando verranno seminati da mani ipocrite nel dolore e nel sangue dei poveri.

venerdì 9 novembre 2007

Due minuti per Greenpeace, due petizioni per l'ambiente

Riportiamo un'email di Greenpeace Italia per chi non l'ha ricevuta; in essa si invita a partecipare a due cyberazioni, ovvero ad inviare email precompilate nel testo (c'è solo da compilare il form anagrafico) per sostenere la posizione del Commissario europeo per l'Ambiente contro gli OGM, e per invitare alcune grandi catene distributive italiane a non vendere più nei propri supermercati le lampadine ad incandescenza.

Un minuto del tuo tempo per difendere l'Europa dagli Ogm


Ciao,

Prima di tutto mi scuso per il "bombardamento di email" di queste settimane, ma questa è una comunicazione davvero urgente. E il tuo aiuto è fondamentale.

Lo scorso 25 ottobre il Commissario europeo per l'Ambiente Stavros Dimas ha sfidato le aziende dell'agro-business rifiutando di autorizzare la coltivazione di due varietà di mais Ogm. La pressione delle aziende del settore è tuttavia molto forte e questa coraggiosa decisione a tutela dell'ambiente e dei consumatori rischia di essere ribaltata dalla Commissione Europea.

La Commissione si riunirà nei prossimi giorni. Dobbiamo tutti insieme sostenere la posizione espressa da Dimas e far capire, con chiarezza, che siamo contrari agli Ogm.
Scrivi al Presidente della Commissione Manuel Barroso e ai Commissari Dimas, Kyprianou, Fischer-Boel e Frattini. E chiedi di bloccare la coltivazione di Ogm in Europa!
http://www.greenpeace.it/ogm/dimas

Ti ricordo inoltre che, in questo periodo, è attiva un'altra cyberazione a livello italiano per chiedere alla grande distribuzione - Coop, Auchan ed Esselunga – di eliminare dagli scaffali le lampadine incandescenti, sprecone e nemiche del clima. Dopo 10 giorni siamo a più di 3000 email inviate. Ma dobbiamo fare molto di più. Partecipa adesso!
http://www.greenpeace.it/incandescenti/scrivi.php

Fai girare questa email tra i tuoi amici o colleghi!

Se vuoi sostenere adesso, con carta di credito, Greenpeace premi qui
Per informazioni sulle altre modalità di donazione premi qui

Grazie di tutto e a presto

Marcello Colacino
Webmaster Greenpeace Italia

mercoledì 7 novembre 2007

Troppa carne, le mucche inquinano più delle macchine.

"Se pensiamo che la produzione di un kg di manzo causa una emissione di gas serra e altri inquinanti equivalente a quella che si ottiene guidando per tre ore lasciando nel frattempo accese tutte le luci di casa, possiamo ben capire quanto sia potente la scelta di consumare meno alimenti animali, più potente di qualsiasi altra scelta il singolo possa fare. Questo porterebbe a molti effetti collaterali positivi: una dieta più sana, migliore qualità dell'aria, maggiore disponibilità di acqua, una razionalizzazione dell'uso dell'energia e della produzione di cibo".
(Fonte: GreenPlanet)

La notizia fa parte di uno studio dal titolo "Cibo, allevamenti, energia, cambiamenti climatici e salute" apparso su Lancet del 13 settembre, una prestigiosa rivista scientifica internazionale.
Non pensiamo alle bistecche che cuciniamo nelle nostre case: di quelle abbiamo bisogno. Pensiamo a quanta carne viene prodotta per confezionare alimenti industriali precotti di cui non abbiamo nessun bisogno; a quanta ne rimane invenduta ogni giorno nella grande distribuzione; a quanta se ne spreca per il cibo industriale per cani e gatti; a quanti hamburger sfornano quotidianamente i fast-food di tutto il mondo, e specialmente lì dove non ci sono più tradizioni gastronomiche. E' evidente che c'è un problema di iperconsumo carneo perché c'è un problema di iperproduzione, al quale le industrie pongono rimedio stimolando i nostri gusti e le nostre abitudini alimentari fino a snaturarle. Non siamo noi ad aver bisogno di carne tutti i giorni, ma gli allevatori ad aver bisogno di venderla sempre. Troppa carne significa anche malattie, quindi costi sociali, aumento della pressione fiscale, sovraccarico per le strutture sanitarie -o, dove non c'è Stato sociale, spese ingenti a carico delle famiglie, impoverimenti, indebitamenti-.